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Indonesia, 40 giorni tra Sumatra, Giava, Sulawesi e Bali.
Zaino in spalla, pochi soldi, molto tempo davanti. L’Indonesia, nel 1984, era un mondo lontano, frammentato in isole, culture, lingue e ritmi diversi. Quaranta giorni tra Sumatra, Giava, Sulawesi e Bali, attraversando un arcipelago immenso, dove ogni approdo sembrava un altro paese.
L’Indonesia è il più grande arcipelago del mondo: oltre tredicimila isole sospese tra l’Oceano Indiano e il Pacifico. Un mosaico di vulcani, foreste tropicali, risaie, città caotiche e villaggi dove il tempo sembrava essersi fermato.
Nei primi anni Ottanta il paese era ancora lontano dalle rotte del turismo di massa. Viaggiare significava adattarsi, osservare, aspettare. Le infrastrutture erano essenziali, i trasporti lenti, ma l’incontro con le persone e con le culture locali era diretto, autentico.
Sumatra fu il primo impatto: natura potente, foreste umide, villaggi sparsi. Un’isola aspra e silenziosa, dove il viaggio iniziò davvero. Viaggiare non era semplice: tensioni e disordini locali rendevano alcuni spostamenti incerti, e spesso ci si muoveva ascoltando consigli, evitando zone, adattandosi alle situazioni.
Ma proprio per questo Sumatra restò una delle tappe più intense e autentiche dell’intero viaggio.
Bali Bali fu l’ultima tappa.Un’isola diversa, già allora più aperta, spirituale, armoniosa. Qui il viaggio rallentò, lasciando spazio all’osservazione, ai gesti quotidiani, alla luce.
Queste immagini sono solo appunti visivi. Il resto gli incontri, le attese, le paure, la libertà vive nei racconti nati molto tempo dopo, raccolti nelle Schegge di viaggio.