NELLA GIUNGLA DEI SILENZI E DEGLI SGUARDI
Le foto le ho recuperate da vecchie diapositive, con tutto il loro fascino imperfetto. Ogni immagine
è un frammento di tempo che torna a vivere, tra grana, colori sbiaditi e tanta emozione


Arrivammo a Medan, cuore pulsante di Sumatra, dopo ore di viaggio tra paesaggi che sembravano usciti da un sogno. La città era un miscuglio di odori pungenti, risate, traffico caotico e mercati brulicanti. Da lì ci spingemmo ancora più a nord, fino a un piccolo villaggio adagiato lungo il letto di un fiume, nel cuore della foresta tropicale. Trovammo rifugio in una capanna di legno semplice ma incredibilmente accogliente, costruita su palafitte a pochi metri dall’acqua. Intorno a noi, la giungla respirava. Di notte il silenzio non esisteva: era un’orchestra viva fatta di fruscii, richiami lontani, versi sconosciuti e il costante canto degli insetti.
La sveglia delle scimmiette
Di solito, qui ci si sveglia con il profumo della pioggia o con i primi raggi di sole che filtrano tra le palme. Quella mattina, però, la sveglia fu diversa. Un branco di scimmiette saltava forsennatamente sul tetto della nostra capanna. Uscii di corsa in veranda e colsi la scena: una delle piccole ladre se n’era impossessata dei miei occhiali da sole, lasciati imprudentemente sull’amaca la sera prima. Scappò tra le capanne, arrampicandosi sulle liane con un’agilità che mi fece sentire un goffo intruso. La rincorsi tra il fango e le radici, mentre le altre scimmie urlavano come se facessero il tifo per lei. Quando ormai avevo perso ogni speranza, accadde il miracolo: la piccola ladra lasciò cadere gli occhiali su un cumulo di foglie. Li afferrai con un sospiro di sollievo… e imparai la prima regola della giungla: qui nulla ti appartiene davvero.


Dentro la giungla selvaggia
Stabilita la nostra base, partimmo con altri quattro viaggiatori per una spedizione alla ricerca degli orangutan. Credevamo fosse una passeggiata tranquilla, ma la giungla aveva altri piani. Per otto ore camminammo tra sentieri improvvisati, scivolando sul terreno reso fangoso dalla pioggia notturna. L’umidità ci avvolgeva come una seconda pelle, il ronzio degli insetti era incessante, e l’odore della terra bagnata diventava quasi inebriante. La guida apriva la strada con un machete, tagliando rami e liane, mentre noi arrancavamo dietro, con le gambe che cominciavano a cedere. Ma bastò uno sguardo silenzioso tra le fronde per dimenticare la fatica: davanti a noi, un orangutan maschio ci osservava dall’alto di un ramo. Aveva occhi profondi, scuri, quasi umani. Non si mosse, non fuggì, semplicemente ci studiava. In quell’istante ebbi la sensazione che fosse lui a decidere se potevamo restare o no.

Mema, la regina della foresta
Non tutti gli incontri, però, furono così pacifici. La guida ci aveva parlato di Mema, una femmina di orangutan di 15 anni, conosciuta per il suo carattere dominante e la sua territorialità. “Se la incontriamo,” ci avvertì, “non correte rischi inutili. Qui comanda lei.” Speravamo di evitarla… ma la giungla volle diversamente. Durante una pausa per il pranzo, la vedemmo apparire silenziosa tra le foglie: una sagoma rossastra che si muoveva lenta, ma decisa, dietro le spalle dei nostri compagni francesi. La guida sussurrò solo una parola: “Correte.” E noi corremmo. Il cuore martellava, i rami graffiavano la pelle, il terreno cedeva sotto i piedi. Sentivamo i versi profondi di Mema dietro di noi, mentre il nostro respiro si confondeva con quello della foresta. Dopo un tempo che sembrò infinito, la sua voce svanì. Avevamo invaso casa sua, e lei ce l’aveva ricordato.
Il ritorno sul fiume
Quella notte dormimmo lungo il fiume, sotto un cielo trapunto di stelle, mentre il canto delle cicale ci cullava come un mantra antico. Il giorno seguente, caricammo gli zaini e ci lasciammo trasportare dalla corrente, seduti su grosse camere d’aria di camion che fungevano da zattere improvvisate. Scivolavamo tra rapide leggere, avvolti dall’umidità della foresta, col sole che filtrava tra le chiome. Era come se il tempo si fosse fermato, sospeso tra l’acqua, le liane e il respiro della giungla.

Il gigante addormentato
Dopo giorni di viaggio, tornammo verso Parapat e ci fermammo sulle rive del Lago Toba. Non era un lago come gli altri: è il più grande lago vulcanico del Sud-est asiatico, nato 100.000 anni fa dall’esplosione di un supervulcano così potente da oscurare il cielo per anni. Guardandolo, circondato da crinali montuosi, spiagge sabbiose e pinete antiche, ebbi la sensazione di trovarmi davanti a un gigante addormentato. E in quel silenzio, mi resi conto che
Sumatra non si visita: Sumatra si vive. Ti respira dentro. Ti cambia.

