Tra caos, templi, sorrisi e isole che sembravano un sogno


Dopo i 40 giorni trascorsi in Indonesia, torniamo ancora una volta in Oriente.
Questa volta la meta è la Thailandia. Abbiamo 28 giorni a disposizione, abbastanza per esplorare il sud del Paese con calma, lasciandoci guidare più dall’istinto che dai programmi.
Atterriamo a Bangkok verso le nove del mattino. Le formalità scorrono veloci e, una volta fuori dall’aeroporto, veniamo subito circondati da persone pronte a portarci ovunque per pochi baht. Accettiamo l’offerta più economica: non un vero taxi, ma una camionetta scoperta.
Meglio di così non si poteva iniziare: aria calda, smog, rumori, odori… Bangkok ti entra subito nei polmoni.
Bangkok – la città delle contraddizioni
Bangkok è un miscuglio potente e disordinato: architetture antiche e grattacieli, mercati all’aperto, mestieri inventati per sopravvivere, sorrisi sinceri e traffici ambigui.
Le strade sono un susseguirsi di bancarelle dove si vende davvero di tutto: cibo cucinato sul momento – carne alla griglia, rane, cavallette, insetti mai visti e oggetti falsi di ogni genere. Se cerchi qualcosa, qui esiste.
Eppure, nonostante il caos, ciò che colpisce di più è il sorriso della gente. Un sorriso che non chiede nulla in cambio, che arriva improvviso come una piuma e ti costringe a rispondere con un altro sorriso.
Forse è una filosofia di vita, forse siamo noi viaggiatori ad averne bisogno, ma qui si respira una strana sensazione di libertà.


Restiamo a Bangkok tre giorni. Il traffico è infernale, lo smog soffocante, attraversare la strada è un atto di fede. Ma il fascino della città è racchiuso nei suoi templi straordinari.
Visitiamo il Palazzo Reale e il Wat Phra Kaew, che custodisce il sacro Buddha di Smeraldo, il tempio buddhista più importante della Thailandia.
Restiamo affascinati dal Tempio di Marmo, elegante e luminoso, e dal Wat Pho, con il gigantesco Buddha Sdraiato, lungo 46 metri, interamente rivestito d’oro.
Nel quartiere cinese entriamo nel Wat Traimit, dove si trova il Buddha d’Oro, la più grande statua in oro massiccio al mondo: serenità pura che sembra irradiarsi tutt’intorno.
Il mercato galleggiante

L’ultimo giorno non possiamo rinunciare al mercato galleggiante. Quando lo visitiamo noi, nel 1989, è ancora autentico.
Saliamo su una piccola barca e ci inoltriamo tra canali animati da venditori che offrono cibo, frutta, pesce e oggetti di ogni tipo. Le case lungo le rive, alcune trasformate in botteghe e ristoranti, sembrano galleggiare sull’acqua.
Al ritorno, con il sole ormai tramontato, le luci al neon rendono tutto ancora più irreale.
Hua Hin – mare e silenzio


Di buon mattino prendiamo il treno per Hua Hin, circa 230 km a sud di Bangkok. Il paesaggio scorre lento: risaie infinite e, in lontananza, le montagne verso la Birmania.
Arrivati, un ragazzo ci propone una guest house fuori città, alla fine della baia. Accettiamo.
È un piccolo paradiso: mare davanti, silenzio, cucina semplice ma deliziosa. Trascorriamo due giorni tra passeggiate nella campagna coltivata ad ananas, un tempio nascosto in una grotta e la montagna delle scimmie, da cui si gode una vista splendida sulla baia.
Ko Samui – quando il paradiso esisteva davvero

davanti al nostro capanno


Raggiungiamo Ko Samui via mare, dopo una traversata infernale sotto un temporale: la barca balla come una foglia e nessuno riesce a stare in piedi.
Ma una volta sbarcati, ogni fatica viene dimenticata.
Troviamo un bungalow in un palmeto, a venti metri dal mare. È uno di quei posti che ti fanno pensare di essere arrivato davvero da qualche parte.
Le giornate scorrono lente, tra spiagge, cascate, sabbia sotto i piedi. La sera restiamo sulla riva ad ascoltare le onde, illuminati dalla luna e dalle luci soffuse dei bungalow.
All’epoca Ko Samui era ancora un’isola semplice, scoperta dai viaggiatori negli anni Settanta. Oggi sappiamo che è cambiata, diventata turistica e costruita, ma allora era un frammento di paradiso vero.
Ko Samui – quando l’isola era ancora isola
All’epoca Ko Samui era un luogo remoto, autentico, lontano dalle rotte del turismo di massa.
Si raggiungeva solo con barconi, spesso stipati all’inverosimile. Ricordiamo il mare mosso, il viaggio lungo e scomodo: quasi tutto il barcone aveva vomitato. Sembrava una traversata d’altri tempi, quasi dantesca, ma già questo faceva parte dell’esperienza.
Sull’isola c’era poca gente. La vita scorreva lenta e semplice, e noi la vivemmo camminando molto, a piedi, senza fretta. Attraversavamo la campagna tra distese di palme da cocco, dove le scimmie venivano addestrate per raccoglierli. Era un mondo che sembrava primordiale, genuino, raccontato direttamente da chi sull’isola ci viveva.
Seguendo sentieri di terra si arrivava alle cascate, dove ci si immergeva nell’acqua fresca. Fare il bagno lì dava una sensazione quasi ancestrale, come tornare all’origine delle cose. Tutto era semplice, naturale, ver
Per dormire trovammo un capanno.
Un capanno vero, essenziale, ai bordi del mare, sotto le palme. Nessun comfort, nessun lusso: solo il rumore dell’acqua, il vento tra le foglie e il cielo che la sera sembrava scendere fino a sfiorarci. Era paradisiaco, nel senso più profondo e sincero della parola.
Oggi, guardando le foto di Ko Samui, ci viene un nodo allo stomaco. Il turismo ha trasformato l’isola, come è successo in tanti luoghi del mondo. È comprensibile il desiderio di viaggiare, ma forse il viaggio non dovrebbe essere una collezione di bandierine sul mappamondo o soggiorni chiusi nei resort.
Viaggiare dovrebbe significare vivere i luoghi, rispettarli, e aiutare chi li abita a sopravvivere senza perderne l’anima.
Ko Samui, per noi, resta così:
un’isola semplice, camminata passo dopo passo, vissuta lentamente, quando era ancora se stessa.
Phuket e la baia di Phang Nga


Da Ko Samui raggiungiamo Phuket. La prima impressione è quella di una città in continuo fermento, cantieri ovunque, turismo di massa.
Non ci conquista fino in fondo, ma da qui partiamo per una delle escursioni più belle del viaggio: la baia di Phang Nga.
Navigare tra i torrioni di roccia calcarea coperti di vegetazione, le grotte scavate dal mare, le mangrovie silenziose è uno spettacolo incredibile.
Arriviamo anche alla famosa Isola di James Bond: lo scenario è magnifico, anche se affollato.
Molto più autentico è il villaggio di Panyi, costruito su palafitte attaccate a una parete rocciosa: case di legno, vita semplice, il mare che scorre sotto i piedi.
Phi Phi Island – il sogno e la disillusione

Raggiungiamo Phi Phi, che allora era ancora quasi completamente pedonale. Baie nascoste, mare smeraldo, scogliere altissime.
Arriviamo a Maya Bay, la spiaggia resa famosa dal film The Beach: acqua incredibile, colori irreali, un luogo che ti resta negli occhi.
Già allora si intuiva che qualcosa stava cambiando. Oggi sappiamo che Phi Phi è diventata simbolo dell’overtourism. Resta la bellezza, ma la magia di quei giorni è difficile da ritrovare.
I 28 giorni volano via.
Torniamo a Bangkok, poi in serata il volo per l’Italia.
Portiamo con noi immagini fortissime: caos e silenzio, templi dorati e mare infinito, sorrisi che non chiedono nulla.
La Thailandia ci ha insegnato che la bellezza spesso vive nella contraddizione.

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