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Perù

Fatti accompagnare dalla musica

Il Perù è un paese di forti contrasti geografici: costa, montagne andine e foresta amazzonica convivono nello stesso territorio, creando una straordinaria varietà di paesaggi e cultura

Come dimenticare il vero primo viaggio nel cuore dell’America Latina? Impossibile

Ricordo ancora, come fosse ieri, le emozioni, l’adrenalina, la paura, i pensieri, le notti insonni passate a programmare, a capire, a immaginare.
Non c’era internet. C’era solo una guida che credo di avere ancora nella mia biblioteca di viaggi con la quale costruivamo l’itinerario a mano: disegnando la cartina, annotando luoghi, date, indirizzi e mille altre cose utili a un viaggio di sessanta giorni nel cuore dell’America Latina.
Perù, Bolivia, Ecuador, per finire in Argentina.
Un itinerario che ci avrebbe portato fino al cuore dell’Amazzonia. Un viaggio faticoso, forse anche pericoloso, in anni segnati da guerre civili e tensioni profonde, soprattutto in Perù, dove i guerriglieri di Sendero Luminoso cercavano di portare avanti una rivoluzione che anni prima Che Guevara aveva tentato in Bolivia.
Tutto questo accendeva in noi una coppia di 25 e 22 anni emozioni fortissime.
Ma il gene dell’avventura, del viaggio, dello scoprire era già dentro di noi e cresceva ogni giorno, fino a spingerci a partire.
Il volo Milano–Toronto–Lima era stato acquistato mesi prima, insieme ad altri due voli interni: Lima–Arequipa e Lima–Iquitos. Senza quelli, due mesi non sarebbero bastati per realizzare il nostro programma.

Finalmente, la fatidica data arrivò: 19 novembre 1983.

Mi limiterò a raccontare l’essenziale: le sensazioni e i ricordi rimasti vivi.
Perché il tempo ha sbiadito molti particolari, e il Perù di oggi è certamente un’altra realtà.

Lima ci accolse con un impatto duro e affascinante allo stesso tempo.Il rumore incessante del traffico, l’aria densa di smog e umidità, i volti segnati, le strade caotiche: tutto era lontanissimo da ciò che avevamo immaginato nei mesi di preparazione. Ci spostavamo quasi sempre in autobus, spesso di notte. Erano viaggi lunghi, scomodi, interminabili, ma erano l’unico modo per attraversare un paese così vasto e complesso. Il Perù di quegli anni era un paese ferito. La povertà era ovunque visibile, soprattutto nelle zone rurali, e il clima di tensione legato al conflitto interno si percepiva anche nei gesti più semplici, negli sguardi, nei silenzi.

Dopo una sola giornata a Lima, decidemmo di ripartire quasi subito. La capitale sarebbe rimasta in sospeso, come una promessa: l’avremmo conosciuta davvero solo alla fine del viaggio, al ritorno, prima di rientrare in Italia. In quel momento, però, il richiamo era più forte altrove. Volevamo entrare subito nel cuore del Perù, attraversarlo, sentirne il respiro, allontanarci dalla costa e salire verso le Ande.

La scelta cadde su una delle esperienze che più ci incuriosivano: la ferrovia Lima–La Oroya–Huancayo.Un viaggio leggendario, di cui avevamo letto e sentito parlare come di un’impresa più che di un semplice spostamento

Era il modo più diretto — e forse il più intenso — per entrare nelle Ande. Un lento salire verso l’altopiano, attraverso paesaggi che cambiavano continuamente, mentre la città restava alle spalle e il Perù cominciava davvero.

Di buon mattino ci ritrovammo alla stazione, pronti a salire su quello che allora veniva chiamato il treno delle Ande, o anche il treno che vola. Un nome che già da solo bastava ad accendere l’immaginazione. Il viaggio iniziò lentamente, lasciando alle spalle Lima e la fascia costiera, per poi arrampicarsi verso l’interno del Paese. Chilometro dopo chilometro, il paesaggio cambiava volto: la luce, l’aria, i colori. Attraversammo vallate profonde, villaggi isolati, altipiani sospesi. I binari sembravano inseguire le montagne, piegarsi ai loro ritmi, mentre il treno saliva sempre più in alto, verso un cielo che appariva improvvisamente vicino. Il punto più alto del percorso era il passo di Ticlio, a 4.829 metri sul livello del mare, allora considerato il più alto valico ferroviario del mondo. Un traguardo che non era solo geografico, ma anche simbolico: l’ingresso definitivo nelle Ande.

In Treno verso Huancayo

Era il nostro primo vero contatto con l’immensità andina.

Da lì il viaggio proseguì seguendo il ritmo lento e imprevedibile dell’America Latina di quegli anni. Arequipa, Trujillo, Iquitos, Machu Picchu: nomi che allora erano promesse, più che destinazioni. Ogni luogo aveva una sua voce, un suo tempo, un suo modo di accoglierci. Le città, la selva, le Ande, le rovine: tutto si intrecciava in un percorso che non era solo geografico, ma anche interiore. Qui ne lascio solo un accenno, qualche immagine, qualche frammento. Il resto vive nei racconti più intimi, nati dai ricordi e dalle sensazioni di quei giorni, che ho raccolto nelle Schegge di viaggio.

E poi Machu Picchu.
Raggiungerla, in quegli anni, significava affrontare un percorso lento, faticoso, quasi iniziatico. Ma quando apparve davanti ai nostri occhi, sospesa tra le montagne e le nuvole, il silenzio fu l’unica risposta possibile. Non era solo una meraviglia archeologica. Era un luogo che sembrava parlare direttamente all’anima, capace di mettere ordine nei pensieri e di dare un senso al lungo cammino fatto fino a lì. Per noi fu uno di quei momenti che restano intatti nel tempo. Di quelli che, anche dopo molti anni, continuano a tornare.

Vista spettacolare di Machu Picchu.

Il resto vive nei racconti più intimi, nati dai ricordi e dalle sensazioni di quei giorni, che ho raccolto nelle Schegge di viaggio.


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