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Marocco, primo viaggio 2008

Il viaggio come soglia, il deserto come specchio


– Io in una finestra della Medersa –

“Mamma mia!”
La sveglia suona inesorabilmente all’ora stabilita.
Ma che meraviglia sentirla quando si deve partire.
L’aereo si stacca da terra, le nuvole ci avvolgono, poi ancora più su.
E all’improvviso il sole.
Le cime delle montagne innevate scorrono sotto di noi come presenze silenziose, mentre la mente si libera, vola, sogna. È già viaggio, ancora prima di atterrare. È disponibilità all’incontro, alle visioni, ai suoni, agli odori, alle persone. È essere pronti a entrare in un’altra realtà.
Perché il viaggio, spesso, è anche una ricerca di sé.
È nutrimento dell’anima e della mente.
Serve ad aprirsi agli altri, a ricordarci che l’uomo ha bisogno dell’uomo.
Il Marocco è un paese straordinario.
Descriverlo? Impossibile.


Per questo scelgo poche parole e qualche immagine: il resto resterà dentro di me.
È il paese musulmano più vicino all’Occidente, terra di passaggio e di contaminazioni. È stato il luogo della “grande fuga” per intere generazioni di giovani negli anni Settanta e Ottanta, il paese dei misteri e degli intrighi che abbiamo imparato a conoscere anche attraverso il cinema.
Ma soprattutto è un paese sospeso tra due forze: una spinta decisa verso il nuovo e un legame profondo con la tradizione.
Il Marocco appare come un ponte possibile tra mondo arabo e mondo occidentale. Un luogo dove il confronto può avvenire senza asprezza, attraverso il dialogo. È un paese di contrasti forti, di ricchezze e contraddizioni, di colori che cambiano con la luce del giorno.


Il nostro viaggio – io e la mia compagna – ha inizio a Marrakech, la città rossa, la Perla del Sud.
I suoi monumenti, ornati di stucchi, mosaici e marmi, raccontano la ricchezza del passato imperiale dell’XI secolo. Visitiamo le Tombe Saadiane, la Medrasa Ben Youssef, antica scuola coranica di straordinaria bellezza, il Palazzo El Badi e infine Jema’a el-Fna, la piazza più celebre del Nord Africa.
Quando arriviamo è mattina e la piazza appare quasi anonima.
Poi, lentamente, qualcosa cambia.
Nel giro di quattro o cinque ore mutano i colori, lo scenario, persino il nostro stato mentale. Jema’a el-Fna non è solo una piazza: è un organismo vivo, in continuo movimento. Non credo esista al mondo un luogo così animato ogni giorno, senza bisogno di feste o ricorrenze.
Dalle terrazze dei bar che la sovrastano si può restare ore a osservare questo flusso incessante. La piazza si riempie di personaggi straordinari: incantatori di serpenti, ammaestratori di scimmie, giocolieri, cartomanti, cantanti, venditori di ogni genere. (Attenzione anche agli abili borseggiatori.)
All’imbrunire accade la magia.
La piazza si trasforma.


Arrivano tutti: ricchi e poveri, ciechi e vedenti, malati e persone sanissime, donne gravide, uomini d’affari, adolescenti attratti da cybercafé e cellulari. Spuntano i banchetti per la cena – noi ceniamo lì due volte – si cucina di tutto, dalla carne alle lumache. Un fumo bianco avvolge la piazza, mentre suoni, colori e odori si mescolano in un’unica, vertiginosa esperienza sensoriale.
Jema’a el-Fna diventa un grande teatro a cielo aperto.
E tutti, nessuno escluso, siamo attori.
Questa piazza non appartiene ai turisti che la affollano, ma ai cantastorie, che ogni sera tornano in scena con i loro racconti infiniti.
Un patrimonio orale e immateriale dell’umanità, come l’ha definito l’UNESCO. Prezioso. Fragilissimo


Il viaggio in breve – Marocco 2008

  • Marrakech → Ouarzazate — 170 km
  • Ouarzazate → Zagora — circa 160 km
  • Zagora → Ouarzazate
  • Ouarzazate → Agadir — 370 km
  • Agadir → Essaouira — 180 km
  • Essaouira → Marrakech — 170 km

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