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Il nostro viaggio in Israele

Tra confini visibili e ferite invisibili

Viaggio realizzato nel 2017, prima degli eventi che hanno riportato questa terra al centro delle cronache. Le sensazioni, allora come oggi, restano.

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Una delle domande che ci veniva rivolta più spesso, prima di partire, era sempre la stessa:
“Ma andare in Israele non è pericoloso?” Qualche timore lo avevamo anche noi, sarebbe falso negarlo. Eppure, una volta lì, la realtà si è rivelata diversa da come spesso viene raccontata. Il turista non è un bersaglio. Il conflitto non riguarda chi passa, ma chi vive. È uno scontro profondo, antico, tra il popolo ebraico e quello arabo, fatto di tensioni quotidiane, di ferite che non si rimarginano. Gli attentati, quando avvengono, hanno un obiettivo preciso. E salvo tragiche coincidenze, il visitatore resta ai margini di quella violenza. Questo ci ha permesso di vivere il viaggio con attenzione, rispetto, ma senza paura, assaporandolo fino in fondo.

Il Nostro Itinerario

Gerusalemme, poi, è di una bellezza che toglie il fiato.
È una città che non si lascia attraversare con leggerezza. È misteriosa, dura, sacra, profondamente spirituale. È l’unico luogo al mondo capace di far convivere, nello stesso istante, raccoglimento e conflitto, fede e tensione, silenzio e rumore.
Nella Città Vecchia, ogni passo è carico di emozioni. In uno spazio sorprendentemente ristretto convivono popoli, religioni, storie millenarie: armeni, cristiani, musulmani, ebrei. Passato e presente si sovrappongono senza mai fondersi del tutto. Nei suq, i berretti neri degli ebrei osservanti e i colbacchi degli ortodossi si incrociano con i veli delle donne arabe e i caftani colorati. Volti segnati, intensi, forti. L’aria è densa di odori: spezie, incenso, sudore, pane caldo.


Dai portoni dei palazzi color miele sbucano religiosi armeni, frati francescani, monaci etiopi. In lontananza si sovrappongono le voci delle preghiere: il richiamo del muezzin, il canto ebraico, le campane cristiane. Tutto accade insieme, senza armonia apparente, eppure con una forza che scuote.
Qui ogni pietra racconta una storia, ma solo a chi ha voglia di fermarsi ad ascoltare.
Se Tel Aviv è giovane, moderna, luminosa, affacciata sul Mediterraneo con i suoi locali, le sue gallerie e la sua leggerezza, Gerusalemme è il suo opposto: introversa, meditativa, segnata. Una città che porta addosso il peso di una storia tormentata, mai davvero risolta.
Abbiamo camminato a lungo, dentro e fuori le mura, nel centro moderno come nelle zone periferiche, senza mai avvertire una reale sensazione di pericolo. Certo, la tensione è latente, sempre presente, e la situazione può cambiare da un giorno all’altro. Poche settimane prima del nostro arrivo era esplosa una bomba in una stazione degli autobus. Eppure le strade che conducono alla città, dal Mar Morto o dall’aeroporto di Tel Aviv, scorrono tranquille. I posti di blocco ci hanno lasciati passare senza controlli. Una normalità fragile, sospesa.

I quartieri di Gerusalemme


Camminare tra i quartieri della città vecchia significa attraversare mondi diversi in pochi metri.

  • Il quartiere ebraico appare ordinato, solido, quasi severo, costruito in pietra massiccia. Il Cardo romano riaffiora come una cicatrice antica che conduce verso il souk.
  • Il quartiere cristiano ruota attorno al Santo Sepolcro, tra negozi di souvenir, gruppi di pellegrini e tratti della Via Dolorosa. Qui il sacro convive con il profano in modo quasi disorientante, fino a quando, all’improvviso, tutto tace entrando nella basilica.
  • Il quartiere arabo è vita pura: caos, profumi, voci, mercanti. Pane caldo, frutta esposta, tessuti colorati. È forse il luogo dove più forte si percepisce la quotidianità, ma anche la contraddizione: proprio qui passano le stazioni della Via Crucis e poco distante si trova il Muro del Pianto. Simboli sovrapposti, irrisolti.


Attraversare Gerusalemme e le sue mura, camminare tra i quartieri e visitare luoghi così carichi di storia e spiritualità, ci ha permesso di osservare da vicino la complessità e la fragilità di questa terra. Ogni passo racconta storie di fede e di conflitto, di speranza e di dolore.
Rileggendo oggi quel viaggio, il pensiero va inevitabilmente a chi vive quotidianamente senza terra e senza voce, a chi lotta per la dignità in spazi sempre più ristretti. Eppure, in mezzo a tutto questo, Gerusalemme resta un luogo che invita a fermarsi, ascoltare, capire. Un viaggio che non si dimentica, e che porta a guardare con rispetto e attenzione il presente, mentre si conserva nel cuore il ricordo di ogni volto, ogni pietra, ogni preghiera.


Il Monte del Tempio

La Spianata

Arrivare sulla Spianata delle Moschee non è mai un gesto neutro. Anche quando l’accesso è consentito, si percepisce subito che questo non è un luogo come gli altri. È uno spazio immenso, abbagliante, quasi irreale, dove la luce si riflette sulle pietre chiare e sembra amplificare il silenzio.
La Cupola della Roccia, con il suo oro che cattura lo sguardo da ogni angolo di Gerusalemme, domina tutto. Non è solo una meraviglia architettonica: è un simbolo potente, conteso, fragile. Qui si avverte chiaramente come la fede, anziché unire, abbia spesso separato.

Camminando lentamente sulla spianata, si ha la sensazione di trovarsi su una soglia: ogni passo pesa, ogni gesto è misurato. È un luogo sacro per i musulmani, che lo riconoscono come il punto da cui Maometto sarebbe asceso al cielo, ed è allo stesso tempo il cuore più profondo della memoria ebraica. Due mondi che si sfiorano senza mai toccarsi davvero.


Il Muro del Pianto

Davanti al Muro del Pianto, la domanda “può davvero un muro avere significato?” svanisce subito. Non è solo pietra: è vivo. Respira, si muove, cambia volto continuamente.
Uomini e donne pregano separati, alcuni immobili, altri ondeggianti, altri ancora in lacrime. Chi infila un biglietto tra le fessure, chi appoggia la fronte alla pietra, chi sussurra parole incomprensibili. Ogni gesto è un dialogo intimo, personale, spesso disperato.


Qui la fede si manifesta in modo diretto, quasi fisico. Ma insieme alla commozione si percepisce anche il peso della storia: secoli di distruzioni, esili, conflitti. È un luogo che commuove e divide allo stesso tempo. Ci si ferma a lungo, incapaci di andarsene, perché qualcosa cambia continuamente: un volto, un canto, una preghiera. E questo accade da duemila anni.

Il Santo Sepolcro


Entrare nella Basilica del Santo Sepolcro è come perdersi in un labirinto di fede e pietra. Non c’è solennità ordinata, ma un continuo intreccio di cappelle, scale, lampade, odori di incenso. Tutto è denso, carico, a tratti confuso. I fedeli si accalcano davanti alla lastra dove, secondo la tradizione, fu deposto il corpo di Gesù. Alcuni piangono, altri accarezzano la pietra con gesti lenti, quasi a voler trattenere qualcosa. Poco più in là, il luogo della crocifissione. Qui il silenzio pesa. Non servono spiegazioni: basta restare fermi qualche istante.

Il Monte degli Ulivi


Dal Monte degli Ulivi, Gerusalemme si apre in tutta la sua complessità. È uno sguardo che abbraccia la città, ma anche la sua fragilità. Salire in taxi e scendere a piedi è il modo migliore per assaporare questo luogo, passo dopo passo.
La chiesa del Pater Noster è raccolta, quasi nascosta, eppure profondamente evocativa. Nei suoi spazi si leggono le parole del Padre Nostro in decine di lingue diverse. È impossibile non fermarsi davanti a quei pannelli: la stessa preghiera, pronunciata da popoli lontanissimi, in un mondo che qui appare incredibilmente diviso.

Gerusalemme, tra pietre antiche e volti che resistono, resta un viaggio nel tempo e nel cuore di chi osserva.

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