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Brasile

Tra dune, oceano e memoria


I grandi viaggi hanno questo di meraviglioso, che il loro incanto comincia prima della partenza stessa. 
Si aprono gli atlanti, si sogna sulle carte. Si ripetono i nomi magnifici di città sconosciute.
(Joseph Kessel)


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La duna di Jericoacoara, dove il sole ogni sera si consegna all’oceano

Il Brasile non si attraversa: si accetta.
Immenso, spettacolare, a tratti spietato. Ho conosciuto il Nord-Est, dove il vento modella le dune, l’oceano scandisce il tempo e i cambiamenti arrivano veloci, spesso troppo.


Il Brasile è uno di quei paesi che non si attraversano: si vivono.

Immenso, contraddittorio, luminoso e crudele allo stesso tempo, è un continente più che una nazione, capace di regalare meraviglia e inquietudine nella stessa giornata.

Lo abbiamo conosciuto nel Nord-Est, lungo l’Atlantico, dove il vento scolpisce le dune, l’oceano detta il ritmo delle giornate e la vita conserva ancora tracce di un tempo più lento. Ceará, Rio Grande do Norte, Maranhão: nomi che evocano distanze, luce accecante, strade che sembrano non finire mai.

All’epoca il Brasile che incontrammo era diverso. Alcuni luoghi oggi famosi si raggiungevano solo dopo ore di piste sabbiose, su camion scoperti o fuoristrada carichi di persone, zaini e aspettative. Non c’erano aeroporti né resort, ma villaggi di pescatori, baracche di legno, silenzi interrotti dal vento e dal mare.

Viaggiare qui significava accettare il rischio, la fatica, l’imprevisto. Alcune città erano bellissime e pericolose, altre accoglienti e spietate allo stesso tempo. Ma ovunque c’era una forza vitale potente, una miscela di musica, religiosità, resistenza e dignità che rendeva ogni incontro autentico.

Il Brasile che raccontiamo non è una cartolina. È fatto di sabbia e acqua, di tramonti che sembrano irreali, di ingiustizie profonde e di una bellezza primordiale che resiste, nonostante tutto. Un paese che ti entra dentro lentamente e non se ne va più.


Con la bassa marea la spiaggia di Jericoacoara diventa immensa, e una barca resta sola sulla sabbia

Il nostro viaggio inizia a Natal. Qui abbiamo trascorso tre giorni. Il tempo giusto per prendere confidenza con la città, dormire in una posada gestita da una persona di origine italiana e muoverci senza fretta. Tra le immagini che restano più impresse c’è la grande duna di sabbia che arriva fino al mare, un incontro netto tra deserto e oceano.

Dopo Natal ci siamo spostati in autobus verso Canoa Quebrada. Qui il viaggio ha cambiato ritmo. Le dune diventano un terreno di gioco e le escursioni in buggy sulla sabbia regalano adrenalina e leggerezza, tra vento, risate e paesaggi aperti sull’Atlantico.

Fortaleza è stata una tappa di passaggio, una grande città da attraversare prima di spingersi ancora più a nord, verso luoghi dove il Brasile diventa più essenziale e sorprendente.


Fortaleza

– Fortaleza –

Fortaleza è una grande città, viva e contraddittoria, con un’energia che si sente subito. Il mare è vicino, il lungomare animato, ma è anche una città che richiede attenzione. Alcune zone sono sicure e frequentate, altre è meglio evitarle, soprattutto allontanandosi dai percorsi più battuti. Ce ne rendemmo conto quasi subito: bastava spostarsi di qualche isolato perché l’atmosfera cambiasse.

Come spesso accade in molte grandi città brasiliane, non è un luogo da esplorare con leggerezza, ma da attraversare con rispetto e buon senso.


Canoa Quebrada

Canoa Quebrada è un altro volto del Ceará. Qui il paesaggio cambia ancora: il mare è aperto, le scogliere rosse scendono a picco sull’oceano e il vento soffia costante. È un luogo che unisce natura e vita semplice, meno isolato di Jericoacoara ma ancora lontano dal turismo di massa di oggi.


Le grandi falesie color ocra accompagnano la costa per chilometri. Camminiamo lungo la spiaggia con il mare da una parte e le pareti rocciose dall’altra, scolpite dal vento e dal tempo. In alto, sulle scogliere, compaiono simboli incisi nella roccia – la luna e la stella – che sono diventati il segno distintivo di Canoa Quebrada.

Il vento rende questo posto ideale per il kitesurf e il parapendio, ma basta spostarsi di poco per trovare angoli tranquilli, dove il tempo sembra fermarsi. Le giornate scorrono lente: mare, camminate, tramonti infuocati che tingono di rosso le scogliere.

Canoa Quebrada è uno di quei luoghi che non ti aggrediscono, non ti chiedono niente. Ti accoglie con semplicità, con la sua luce forte, con il rumore del vento e dell’oceano. È una tappa che resta nella memoria, senza bisogno di grandi parole.


Jericoacoara,

In lingua tupi significa “coccodrillo disteso al sole”, si trova nel Nord-Est del Brasile, nello stato del Ceará.
Quando ci sono arrivato io, non esistevano aeroporti né strade asfaltate: si viaggiava per ore su autobus sgangherati, camion aperti e fuoristrada 4×4, attraversando dune e corsi d’acqua.
L’ultimo tratto era sabbia pura: venti chilometri impossibili per le auto normali. Le dune buggy, caricate su chiatte per superare i fiumi, offrivano uno spettacolo surreale e indimenticabile.


All’ingresso del Parco Nazionale il paesaggio cambiava: oceano da un lato, deserto candido dall’altro, vegetazione rigogliosa e le curiose “piante della pigrizia”, che fanno crescere le radici verso il basso invece che verso il cielo

Jericoacoara stava cambiando già allora. Le ruspe avanzavano, i prezzi salivano, ma le strade erano ancora di sabbia. L’elettricità e Internet sarebbero arrivati solo anni dopo.
Oggi Jericoacoara ha un aeroporto: il progresso è arrivato, ma il ricordo di quel viaggio resta intatto.


Alcuni luoghi non si visitano: si incontrano nel momento giusto, prima che cambino per sempre.

Dalla grande duna di Jericoacoara il sole si spegne nel mare, mentre la sabbia cambia colore e il giorno si chiude.

Lençóis Maranhenses – l’acqua nel deserto
Le lagune dei Lençóis Maranhenses: acqua dolce tra dune infinite, un miracolo della natura.

Arrivare ai Lençóis Maranhenses è già parte del viaggio. Non è un luogo che si concede facilmente: strade difficili, lunghi trasferimenti, mezzi improvvisati. Ma appena metti piede sulle dune capisci che ne valeva la pena. Davanti a noi si apre un paesaggio che non ha nulla di familiare: non è mare, non è deserto, non è lago. È tutto insieme.
Le dune sono enormi, bianche, accecanti sotto il sole. Camminarci sopra è faticoso, la sabbia cede sotto i piedi, ma basta scendere in una delle lagune per dimenticare la fatica. L’acqua è dolce, fresca, trasparente. Ci immergiamo dopo aver camminato sotto il sole e la sensazione è quasi irreale: intorno solo sabbia, sopra il cielo, e noi in mezzo a nuotare come se fossimo in un’oasi.
Ogni laguna è diversa dall’altra. Alcune profonde, altre basse, alcune di un verde intenso, altre color latte. Si passa da una all’altra a piedi, salendo e scendendo dalle dune, in silenzio, senza rumori artificiali. È un luogo che ti obbliga a rallentare, a muoverti con rispetto, a osservare. Qui la natura non è spettacolo: è presenza.
I Lençóis sono uno di quei posti che non si dimenticano, perché non assomigliano a niente. Non li racconti per dire “ci sono stato”, ma perché ti restano addosso, come la sabbia nelle scarpe anche dopo essere tornato indietro.


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