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Australia 2015

Nel cuore rosso del continente

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La montagna sacra di Ayers Rock


AUSTRALIA, QUESTO MAGICO CONTINENTE

L’Australia è un paese immenso che impone tempi e trasferimenti impegnativi. Ma la spettacolarità dei suoi luoghi è tale da averne fatto un’autentica leggenda ed un mito per qualsiasi viaggiatore contemporaneo. L’Australia è una terra che lascia spiazzati se si ha l’occasione di visitarla. Tanti sono i posti da vedere, tante le città, i musei, ma niente è come l’outback il centro Rosso. L’Australia è un paese immenso, ma è decisamente poco popolato. Le aree interne, forse anche per questo motivo, sono quelle più affascinanti. È l’isola più grande del mondo e il continente più piccolo: 7 milioni e 600.000 kmq di superficie dove vivono appena 20 milioni di persone. L’Australia è la meta ideale per chi sogna spazi sconfinati dai meravigliosi contrasti: foreste tropicali, deserti senza fine, savane, montagne erose dai venti, città modernissime e la Grande Barriera Corallina. Affascinanti e incredibili aspetti completamente differenti tra loro coesistono in ogni angolo del Paese: mentre lungo le coste meridionali fioriscono grandi città del XX secolo con ogni tipo di confort, nell’entroterra, a poche centinaia di chilometri dalle metropoli, tribù di individui dalla pelle scura noti come “aborigeni” seguono uno stile di vita da “età della pietra” mantenendo la propria cultura e le proprie tradizioni. L’Australia evoca spazi infiniti, meraviglie naturali di un Paese affascinante, vibrante, tutto da scoprire. L’Australia è un paese immenso,l’Opera House di Sydney, la montagna sacra di Ayers Rock, i paesaggi selvaggi e desolati dell’outback, la grande ed immensa Barriera Corallina,alcune delle spiagge più belle al mondo, l’incredibile atmosfera di Sydney, se pensate che la Grandezza dell’Australia finisca quì vi sbagliate di grosso, bisogna viverla almeno una volta nella vita per capire la bellezza di questa terra e di questo popolo che, ancora oggi ha antiche tradizioni aborigine.


Sydney

Sydney è una città giovane, nata poco più di due secoli fa quando James Cook approdò in questa straordinaria insenatura naturale.
Al calar del sole si accende di luci che si riflettono nell’acqua della baia, tra il profilo dell’Harbour Bridge, l’Opera House e le vele bianche dei traghetti.

È una città fatta di contrasti armoniosi: grattacieli accanto alle spiagge, quartieri storici come The Rocks che convivono con una modernità rilassata, un mosaico di lingue, culture e volti.
Sydney è il lavoratore che in pausa pranzo lascia giacca e cravatta per infilarsi costume e infradito e regalarsi un’ora tra le onde dell’oceano.
È una metropoli che sorprende per il suo equilibrio: frenetica e tranquilla allo stesso tempo, moderna senza essere opprimente, dinamica ma vivibile.
Una città che ti accoglie con naturalezza e che non stanca mai.


Sydney Opera House

Sydney, Opera House

La Sydney Opera House è il simbolo dell’Australia nel mondo.
Le sue forme leggere, ispirate a vele gonfiate dal vento, sembrano dialogare con l’acqua della baia e con il cielo. Inaugurata nel 1973, è diventata nel tempo non solo un capolavoro architettonico, ma un vero luogo dell’anima della città, teatro di musica, arte e cultura.
Più che un edificio, è un’immagine universale: basta uno sguardo per riconoscerla.


Harbour Bridge

– Sydney – Harbour Bridge –

Imponente e al tempo stesso sorprendentemente elegante, l’Harbour Bridge domina la baia di Sydney collegando le sue due sponde.
I locali lo chiamano affettuosamente “l’appendiabiti”, ma per chi arriva a Circular Quay è una presenza impossibile da ignorare: solido, rassicurante, quasi protettivo.
Attraversarlo a piedi o in bicicletta regala una delle viste più belle sulla città, soprattutto al tramonto, quando Sydney si colora di riflessi dorati e l’acciaio del ponte sembra fondersi con il cielo.


Alice Springs

– Alice Springs –

Alice Springs è circondata da un deserto di sabbia rossa che si estende per centinaia di chilometri in ogni direzione.
È una delle città simbolo dell’Outback australiano, ma soprattutto è una soglia: il punto in cui la civiltà moderna sembra fermarsi e lasciare spazio a qualcosa di più antico, profondo, essenziale.

Siamo nel Red Centre, il cuore rosso fisico e spirituale dell’Australia.
Intorno alla città si innalzano i MacDonnell Ranges, montagne frastagliate che, secondo la tradizione della tribù Arrernte, si formarono nel Tempo del Sogno, quando bruchi giganti attraversarono la terra modellandone le forme. Qui il mito non è leggenda: è parte viva del paesaggio.


Alice Springs ha un nome che evoca mistero. Forse per la presenza di una numerosa comunità aborigena, forse per la sensazione costante di trovarsi in un luogo sospeso, lontano da tutto.
A rendere l’esperienza ancora più intensa c’è la lettura di Le vie dei canti di Bruce Chatwin: trovarsi negli stessi luoghi descritti nel libro dà la sensazione di camminare dentro una narrazione millenaria.
Nella mitologia aborigena, le Vie dei Canti sono sentieri invisibili che attraversano l’intero continente. Gli antenati totemici, nel Tempo del Sogno, crearono il mondo cantandolo: ogni roccia, ogni animale, ogni corso d’acqua nacque dal suono della loro voce.
Camminare qui significa attraversare quelle tracce invisibili.
Il caldo è implacabile: il termometro non scende mai sotto i 34 gradi.

Alice Spring, Todd Street

Percorrendo Todd Street incontro per la prima volta alcuni aborigeni del luogo. La loro condizione di emarginazione è evidente e dolorosa. È impossibile non pensare a quanto oggi lo spirito del Tempo del Sogno sembri lontano dalla loro vita quotidiana.
Il cielo, in Australia, sembra più vicino alla terra.
L’immensità dello spazio esaspera il concetto di infinito e libera la mente. Sono questi i pensieri che mi accompagnano lungo una strada che appare come una striscia rossa incisa nel deserto.

La prima tappa sono i Kata Tjuta, i Monti Olgas: ventotto cupole tondeggianti di arenaria rossa, “molte teste” nella lingua aborigena. Un luogo primordiale, modellato in milioni di anni dal vento e dalla sabbia, dove il silenzio è così intenso da diventare presenza.
Dopo un trekking tra queste forme arcaiche, raggiungiamo finalmente Uluru – Ayers Rock.
Imponente, solitario, carico di energia. In un deserto senza confini appare come un miraggio, quasi privo di peso. Al tramonto il monolito si accende di rosso fuoco, assumendo una dimensione mistica, difficile da raccontare a parole.


La sera, mentre il sole scompare, condividiamo una grigliata nel deserto, accompagnata da uno spumante e da un buon Merlot australiano.
Sotto quel cielo immenso, viene spontaneo pensare che anche noi, per una notte, stiamo camminando lungo una Via dei Canti, in un mondo dove ogni essere vivente vive in armonia con il creato.



King’s Canyon


Il King’s Canyon si rivela come un gigantesco anfiteatro naturale.
A causa del caldo estremo quasi 40 gradi rinunciamo alla salita in vetta e scegliamo il sentiero che ne percorre la base.
Le pareti verticali di roccia rosso-arancio, alte circa 300 metri, sembrano tagliate con un coltello e precipitano a strapiombo su una piccola oasi chiamata Garden of Eden. Qui, tra palme ed eucalipti, la vita resiste, silenziosa e tenace.
È anche una lezione di rispetto: nel parco un albero ferito dall’uomo viene letteralmente bendato, come un essere umano.
Come dicono gli Aborigeni:

“Ogni forma di vita ha il diritto di esistere ed essere rispettata.”


Gli Aborigeni


Un viaggiatore appassionato non può non essere attratto dalla cultura aborigena.
È la più antica cultura vivente al mondo, una civiltà millenaria che per decine di migliaia di anni ha vissuto in equilibrio con uno dei territori più duri del pianeta.

Gli Aborigeni furono per lungo tempo gruppi nomadi di cacciatori-raccoglitori, simili a quelli dell’età della pietra.
La conformazione del territorio e l’isolamento dell’Australia da altre civiltà permisero il mantenimento quasi intatto di una cultura fondata sulla sobrietà, sul rispetto della natura e sull’adattamento profondo all’ambiente.
Nel tempo si sviluppò una straordinaria ricchezza di miti, riti e tradizioni che, come una rete invisibile, univa oltre duecento gruppi tribali differenti.
Due sono i pilastri comuni di questa cultura: il rispetto assoluto per la Terra e la fede nel Tempo del Sogno.

Le origini degli Aborigeni si perdono nel tempo.
Si ritiene che siano arrivati in Australia dall’Indocina oltre 50.000 anni fa; alcune datazioni, basate sulla termoluminescenza, ipotizzano persino 120.000 anni, anche se questo dato resta dibattuto. Non avevano scrittura, non costruivano case permanenti, ma sapevano disegnare: sulla sabbia, sulla roccia, sulla corteccia degli alberi. La loro era una cultura orale, affidata alla memoria e al canto.


La filosofia aborigena è profondamente legata alla terra.
È la terra che dà vita all’uomo: gli offre nutrimento, linguaggio, intelligenza. E quando l’uomo muore, la terra lo riprende con sé. La “patria” di una persona, anche fosse una desolata distesa di spine, è sacra. Ferire la terra significa ferire se stessi.
Il paese deve rimanere intatto, com’era nel Tempo del Sogno, quando gli Antenati crearono il mondo cantandolo.
Secondo la cosmologia aborigena, tutto ha origine dal Dreamtime, l’era mitica della creazione. Gli Antenati Totemici emersero dalla terra o dal mare e attraversarono il continente cantando i nomi delle cose, dando così forma al mondo.
Durante il loro cammino lasciarono scie di parole e di note musicali: le Vie dei Canti, o songlines, che divennero le antiche strade di comunicazione tra le tribù.

Bruce Chatwin, nel libro Le vie dei canti, paragona il Tempo del Sogno ai primi capitoli della Genesi, ma con una differenza fondamentale: nella Bibbia Dio crea il mondo e poi l’uomo; nel Dreamtime gli Antenati si creano da soli e, cantando, creano ogni forma di vita.
Ripercorrere queste vie è un atto sacro chiamatoWalkabout.
Ogni individuo, almeno una volta nella vita, deve partire: lasciare la tribù, la famiglia, e intraprendere un lungo viaggio rituale. Non importa come – a piedi, in treno, in automobile l’importante è partire. Nessuno chiede quando tornerà, né se tornerà.

È un viaggio che ristabilisce l’ordine naturale, rinnova il legame con gli antenati e mantiene viva la continuità della tribù.
Rocce, fiumi, sorgenti, alberi e montagne diventano così luoghi sacri.

Uluru

Uluru Ayers Rock non è solo un simbolo dell’Australia: è un santuario vivente, un nodo fondamentale delle Vie dei Canti. Camminare lungo queste piste invisibili significa compiere uno degli atti più alti della spiritualità aborigena: celebrare il legame indissolubile tra l’uomo e la natura.
In un’antologia di miti australiani si legge:

«Una terra non cantata è una terra morta.»

Il canto è la base dell’essere, e deve essere tramandato. La tradizione orale è ciò che tiene unito il popolo aborigeno: è etica, memoria, identità.
Poi arrivarono i bianchi, alla fine del Settecento.
Con loro arrivarono le malattie – innocue per gli europei, letali per gli indigeni – l’alcol, le stragi, l’avvelenamento dei pozzi. In poco tempo il 90% della popolazione aborigena venne sterminata. L’ultimo massacro risale al 1928.
Furono introdotti animali estranei all’ecosistema, come i conigli, e allevamenti intensivi che sottrassero agli Aborigeni le loro terre, spingendoli verso zone sempre più aride.


I Pintupi furono l’ultima tribù a essere allontanata dal deserto occidentale. Fino alla fine degli anni ’50 vivevano ancora come avevano fatto per migliaia di anni: nudi sulle dune, cacciando emù e canguri, raccogliendo semi e radici, con bambini sani e sorridenti.
L’Australia divenne ufficialmente indipendente nel 1901, ma gli Aborigeni continuarono a essere trattati come schiavi.
Violentati, sfruttati, privati di ogni diritto, subirono una lenta estinzione culturale. Nel nome della “civilizzazione” e della croce, furono deportati, rinchiusi, separati.

Nel corso del Novecento iniziò uno dei capitoli più tragici: la Generazione Rubata.
I bambini meticci venivano sottratti alle famiglie per essere “rieducati” e assimilati alla società bianca. L’obiettivo era cancellare, nel tempo, ogni traccia aborigena. Questa pratica continuò fino al 1970.
Il film La generazione rubata di Philip Noyce racconta la storia vera di tre bambine che riescono a fuggire e a tornare a casa percorrendo 1500 km nel bush, seguendo la recinzione costruita per fermare i conigli
Molly Craig, la più grande, dirà da adulta:
«Conoscevo mia madre. Volevo tornare da lei.»

Solo nel 1967 gli Aborigeni ottennero il diritto di voto.
Solo nel 1994 l’Alta Corte australiana riconobbe che l’Australia non era “terra di nessuno” all’arrivo dei bianchi.
Molto è stato distrutto, forse irreversibilmente.
I massacri colpiscono i corpi.

Ma l’annientamento di una cultura è un crimine contro l’umanità.

Se non conosci le tue origini, non sai più chi sei.


Il Queensland, lungo la costa dell’infinito

Brisbane, vita dal nostro Hotel

Il nostro viaggio itinerante alla scoperta della costa del Queensland inizia a Brisbane, spesso definita la Londra d’Australia. È qui che ritiriamo la nostra casa ambulante, un campervan Mitsubishi: spartano, rumoroso, ma affidabile.
Per undici giorni sarà tutto per noi: casa, rifugio, compagno di strada. Con lui risaliamo la costa fino a Cape Tribulation, dove la strada sembra finire e la natura riprende il sopravvento.

Il Queensland è smisurato.

Con i suoi oltre 1.730.000 chilometri quadrati – quasi sei volte l’Italia – può permettersi una varietà di paesaggi che sembrano usciti da un’enciclopedia illustrata: oceano, foresta pluviale, barriera corallina, outback rosso e bruciante.
Lasciata Brisbane attraversiamo la Gold Coast, tempio del surf, dei grattacieli affacciati sull’oceano e di una movida che non dorme mai. Poi il ritmo cambia.
Arriviamo a Fraser Island, l’isola di sabbia più grande del mondo: un luogo irreale, dove le strade sono spiagge, i laghi sembrano specchi d’acqua dolce incastonati tra le dune e i dinghi ti osservano in silenzio.


Più a nord ci attendono le Whitsundays:

74 isole che galleggiano come gioielli nelle acque calde del Mar dei Coralli, con una sabbia così fine e chiara da sembrare borotalco. Qui il tempo si dilata, e tutto sembra sospeso tra cielo e mare.

Proseguiamo verso Townsville e Cairns, porte d’accesso a due mondi opposti e complementari:
da un lato la Grande Barriera Corallina, fragile e immensa, dall’altro l’outback, l’interno sterminato e selvaggio, fatto di colline rosse, pianure infinite e tramonti che incendiano l’orizzonte.


Cairns è anche l’ultima grande città prima delle foreste pluviali più antiche del pianeta, un mondo verde, umido e primordiale, dove vaste aree non sono ancora state esplorate. Qui la natura non è addomesticata: è presente, viva, dominante.
Una cosa, però, ci colpisce subito:
gli australiani hanno una passione quasi ossessiva per i cartelli, gli avvisi, i divieti.
Ovunque.
Grazie a Mary, che traduceva tutto, abbiamo potuto leggerli davvero:

Fai questo. Non fare quello. Puoi fare questo… forse.

Cartelli sulle spiagge, nei bagni, sulle strade, nei parcheggi.
Leggendoli, sembrava che il paese fosse invaso da coccodrilli, squali e meduse velenosissime.
Probabilmente è anche grazie a questi avvertimenti se oggi siamo qui a raccontare il viaggio, e non già digeriti da qualche predatore marino 😊
Per noi italiani, però, non suonavano come semplici divieti.
A volte sembravano minacce, quasi intimidazioni sadiche.

Sull’autostrada, uno recitava:

“Bevi mentre guidi? Prima o poi sarai CATTURATO.”

E che cavolo!

Il più inquietante lo vedemmo in un parcheggio vicino a una scuola, a Gladstone:

“ATTENZIONE: se parcheggi qui metti in serio pericolo la vita dei bambini.”

Insomma… impossibile sentirsi tranquilli.
Talmente tanti avvisi che, quando per un attimo non li trovi, ti senti perso:

E mo’ che faccio? Posso passare col verde se non c’è scritto? Posso girare a sinistra?

Sì… “CAN TURN LEFT WITH CARE”. Con molta attenzione.


Le autostrade australiane, poi, non sono vere autostrade.
Le chiamano highway o motorway, ma somigliano più alle nostre statali, e a volte – nella peggiore delle ipotesi – a vere e proprie mulattiere.
Sono gratuite, è vero, ma la rete stradale del paese è immensa, migliaia e migliaia di chilometri che attraversano il nulla.

La cosa più snervante è che la highway taglia in due città e paesi.
Così, mentre viaggi, sei costretto a continui rallentamenti:
da 100 km/h a 60, poi 40… e di nuovo 60, 100, raramente 110.
Un continuo accelerare e frenare.
E dietro una curva, quasi sempre, c’è la polizia in agguato con il radar.
Meglio rispettare i limiti, come ci aveva caldamente consigliato il ragazzo italiano che ci consegnò il nostro furgoncino.
Ma, nonostante tutto, il Queensland resta uno dei tratti di costa più potenti e affascinanti che abbiamo mai percorso.

Un viaggio lungo, faticoso a volte, ma capace di regalare quella sensazione rara:
quella di sentirsi piccoli, ospiti temporanei in una terra enorme, indifferente e bellissima.

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