Verso la Ciudad Perdida, tre giorni nella giungla

– Arrivo alla Ciudad Perdita –
La Ciudad Perdida non si raggiunge con un mezzo, né con una semplice escursione.
Si conquista con tre giorni di cammino nella giungla colombiana, attraversando fiumi, fango, salite estenuanti e silenzi profondi, in un territorio dove la natura detta ancora le regole e l’uomo è solo un ospite tollerato.
L’idea di partire nasce molto prima, sfogliando distrattamente una rivista che parlava della Colombia. Poche righe, una manciata di informazioni, qualche fotografia sgranata. Mitica città dell’oro, scoperta nel 1976, nascosta nella Sierra Nevada. Tutto qui. Eppure bastava quello per accendere una sfida interiore: ce la facciamo?
Cinque giorni di cammino sembravano troppi, soprattutto per chi, come noi, viaggia sempre con entusiasmo ma anche con rispetto dei propri limiti. Poi scopro un percorso alternativo: tre giorni, più breve, ma non per questo meno impegnativo. È la spinta definitiva. Decidiamo che dobbiamo andarci.
La partenza avviene lontano dalle rotte turistiche, da un piccolo villaggio sperduto. Da lì in poi non esistono strade, solo sentieri che spesso coincidono con il letto dei fiumi, pendii viscidi, foresta fitta e umida. I bagagli viaggiano a dorso di muli, noi a piedi, con lo zaino leggero e la mente carica di aspettative.


Il gruppo è eterogeneo: europei, americani, una guida locale e un cuoco. Lingue diverse, storie diverse, accomunate dalla stessa curiosità e dalla stessa incoscienza controllata. Dopo poche ore di cammino capiamo che non si tratta di una passeggiata: scarpe costantemente bagnate e non proprio adatte , pioggia improvvisa, fango che risucchia i passi. La giungla non concede tregua.
Durante il percorso incontriamo militari armati, presenti nella zona per controllare il territorio e contrastare i traffici illegali. È una presenza discreta ma costante, che ricorda come questa regione, oltre a custodire un immenso patrimonio archeologico, sia stata per anni teatro di conflitti, guerriglia e coltivazioni di coca nascoste nella foresta. Non c’è paura, ma consapevolezza: si cammina in un luogo bellissimo e fragile, segnato da una storia recente ancora irrisolta.
La notte si dorme in amache con zanzariere, sotto capanne di legno, accompagnati dai rumori della foresta: insetti, animali invisibili, acqua che scorre. Si dorme poco, ma si vive intensamente. Ogni giorno il corpo si adatta, la mente rallenta, i pensieri inutili scompaiono.


Il terzo giorno, dopo l’ennesimo guado e una lunga scalinata di pietra costruita dagli indigeni secoli fa, la foresta si apre. La Ciudad Perdida appare all’improvviso, silenziosa, sospesa. Non è la grandiosità a colpire, ma l’energia del luogo. Un santuario nascosto, rimasto intatto per secoli, lontano dal mare da cui i Tayrona furono costretti a fuggire dopo l’arrivo dei conquistadores.


Arrivare fin lì significa molto più che raggiungere una meta archeologica. È la sensazione
di aver attraversato un confine, non solo geografico.Come sempre accade nei viaggi
veri, non è l’uomo che fa il viaggio, ma è il viaggio che, lentamente, fa l’uomo.
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